COME VIENE CALCOLATO L’ASSEGNO DA CORRISPONDERE COME CONTRIBUTO AL MANTENIMENTO DEI FIGLI MINORI?

Ecco quanto stabilisce la legge (art. 337 ter c.c.): “Salvo accordi diversi liberamente sottoscritti dalle parti, ciascuno dei genitori provvede al mantenimento dei figli in misura proporzionale al proprio reddito; il giudice stabilisce, ove necessario, la corresponsione di un assegno periodico al fine di realizzare il principio di proporzionalità, da determinare considerando:

1)      le attuali esigenze del figlio.

2)      il tenore di vita goduto dal figlio in costanza di convivenza con entrambi i genitori.

3)      i tempi di permanenza presso ciascun genitore.

4)      le risorse economiche di entrambi i genitori.

5)      la valenza economica dei compiti domestici e di cura assunti da ciascun genitore.

L’assegno è automaticamente adeguato agli indici ISTAT in difetto di altro parametro indicato dalle parti o dal giudice”.

Nella prassi, non esiste un criterio matematico univocamente applicabile al singolo caso per determinare un risultato certo, ma è possibile riconoscere il percorso decisionale compiuto dai giudici per arrivare a quantificare l’assegno, che si snoda attraverso questi passaggi:

1)      quanto “costava” il figlio alla famiglia, quando i genitori vivevano insieme (ad es.: € 1.000,00).

2)      ora che non vivono più insieme, quanto guadagnano i due genitori singolarmente e quanto rimane loro una volta affrontate le spese indispensabili per vivere (ipotizziamo che il papà possa disporre di € 800,00 mensili e la mamma di € 600,00)?

3)      quanto tempo passa in un anno il figlio con un genitore e con l’altro e chi si occupa prevalentemente della cura della sua persona, del suo accudimento e della sua vita di relazione (ad esempio, accompagnarlo e andarlo a prendere a scuola, accompagnarlo alle varie attività ricreative, fargli fare i compiti, etc.)?

4)      di quali altri beni dispongono i genitori oltre al loro reddito da lavoro (case di proprietà, redditi da investimenti finanziari, azioni e quote societarie, etc.)?

Nel caso in esame, ipotizziamo, come avviene di frequente, che l’affidamento del figlio sia condiviso e che la casa coniugale, di proprietà comune dei coniugi, rimanga assegnata alla madre, in quanto genitore collocatario del figlio, e che sempre la madre si occupi prevalentemente della cura del figlio.

Il giudice, nel determinare l’assegno a carico del padre, terrà conto del fatto che questi, cointestatario dell’abitazione assegnata alla moglie, dovrà reperire un altro alloggio e sostenerne le spese; terrà, altresì, conto del fatto che la madre occupa molto del suo tempo libero dal lavoro per occuparsi del figlio, il quale passa con lei più o meno due terzi dell’anno; terrà, infine, conto che i genitori, oltre al reddito derivante dal proprio lavoro e alla casa coniugale, non dispongono di altri beni: è ragionevole ritenere, allora, che nonostante la lieve differenza tra i redditi dei due genitori, il giudice, comparando tutti i dati indicati sopra, stabilirà a carico del padre un contributo di € 400,00 circa mensili, oltre al 50% delle spese scolastiche, mediche e ricreative, ipotizzando che la madre spenda più o meno una somma identica mensile per i bisogni del figlio.

Non sfuggirà il fatto che la sommatoria dei due contributi ideali è € 800,00 mensili e non € 1.000,00 (si veda il punto 1): questo perché il giudice tiene conto del fatto che il tenore di vita del minore in costanza di convivenza dei genitori non può essere mantenuto identico dopo la loro separazione, per la semplice ragione che, a parità di redditi guadagnati, una famiglia che si disgrega produce due nuovi nuclei con spese maggiori di prima e con diminuzione proporzionale del tenore di  vita di tutti i componenti il nucleo stesso.