DIRITTO E TUTELA - Mobbing in famiglia, ci si può difendere?

DIRITTO E TUTELA
Mobbing in famiglia, ci si può difendere?
L'avvocato Fulvia Fois spiega gli atti “persecutori” tra coniugi e genitori e figli, fenomeno non raro. Quale la tutela in ambito civile e penale? Ecco cosa c’è da sapere 
MOBBING 

Care Lettrici e Lettori,
questa settimana vorrei parlarvi di una particolare forma di mobbing, quello familiare.

Ho scelto questa tematica perché sempre più di frequente mi vengono sottoposte questioni inerenti l’ambito di famiglia con particolare riferimento a comportamenti violenti, offensivi e mortificatori . Vorrei quindi essere di aiuto concreto a chi di trova in questa situazione e non sa  di quali diritti gode e come può tutelarli.

Innanzitutto cosa si intende per mobbing familiare?

Con questa espressione si intende una serie di comportamenti oppressivi, violenti ed intimidatori, volti a perseguitare la vittima e a mortificarla, che vengono posti in essere all’interno di un nucleo familiare, ad esempio da parte di un coniuge o di un convivente nei confronti dell’altro.

Se ne distinguono due tipologie: 

1) il mobbing coniugale, quando le condotte sono poste in essere nei confronti del coniuge al fine di costringerlo a decisioni o comportamenti non liberamente presi, tali da prevaricare il suo ruolo all’interno della famiglia e 

2) il mobbing genitoriale, quando i comportamenti sono posti in essere da un genitore nei confronti dell’altro al fine di escluderlo dalla responsabilità genitoriale o di limitarne grandemente l’esercizio.

In queste situazioni la vicinanza quotidiana tra la vittima ed il suo persecutore fa sì che le condotte violente sfocino facilmente in gravi ipotesi di reato, quali gli atti persecutori e i maltrattamenti in famiglia e quindi la tutela penale è particolarmente forte.

La violenza, ricordiamolo, può essere sia fisica che piscologica e può realizzarsi mediante umiliazioni, privazioni dei mezzi di sussistenza o altri comportamenti mortificatori.

Come già sappiamo, quando un coniuge assume comportamenti violenti nei confronti dell’altro o dei figli tiene un comportamento contrario ai doveri nascenti dal matrimonio e questa sua condotta può valergli, di per sé sola, l’addebito della separazione.

Ma quando questi atteggiamenti divengono mobbing? 

Ciò avviene quando questi episodi sono non solo reiterati nel tempo ma anche sorretti da un unico obiettivo, quello di umiliare e mortificare la vittima.

Il “disegno criminoso” che unisce indelebilmente i singoli episodi di violenza è l’elemento distintivo.

Deve trattarsi, come più volte chiarito dalla Suprema Corte di Cassazione, di comportamenti aventi carattere persecutorio, che vengono posti in essere in modo volutamente sistematico e duraturo nel tempo al fine di vessare la vittima.

Quattro gli elementi identificativi:

1) una serie di condotte (illecite o meno) poste in essere in modo sistematico contro la vittima,

2) l’intenzionalità persecutoria dell’autore delle condotte,

3) il danno alla salute, fisica, psicologica o psichica, della vittima,

4) il nesso di causalità tra le condotte mobbizzanti e il danno alla salute. 

Esempi di mobbing familiare sono gli atteggiamenti dispotici ed autoritari di un coniuge nei confronti dell’altro o dei figli, le continue violenze fisiche o morali, le ripetute violazioni del diritto all’incolumità, le umiliazioni ed offese sul piano estetico o scolastico/professionale o sulla famiglia d’origine, le svalutazioni in pubblico come coniuge o genitore, un atteggiamento di costante chiusura e indifferenza verso le opinioni del coniuge, il rifiuto ingiustificato di assistere il coniuge o il figlio ammalato o invalido, l’impedire al coniuge i contatti con la propria famiglia etc.

Come difendersi?

Sulla materia è intervenuta un’importantissima sentenza della Corte di Cassazione (n. 13983/2014), che ha costituito un vero e propri arresto dello sviluppo della fattispecie giuridica.

Orbene, secondo la Suprema Corte il mobbing familiare non è un illecito configurabile autonomamente.

Questo perché il mobbing, per sua natura, richiede che tra l’autore e la vittima vi sia un vincolo di subordinazione (si pensi alle molestie sul posto di lavoro), vincolo che non è configurabile tra coniugi, i cui rapporti, almeno per la legge, sono caratterizzati da assoluta parità.

Secondo la Corte, infatti, la nozione di mobbing “si risolve in sistematici e reiterati comportamenti ostili che finiscono per assumere forme di prevaricazione o di persecuzione psicologica, da cui può conseguire la mortificazione morale e l’emarginazione del dipendente” è calzante solo per quelle situazioni in cui vi è un dislivello tra i protagonisti, nelle quali la vittima si trova in condizioni “di costante inferiorità rispetto ad un’altra – e – ciò spiega perché è con riferimento ai rapporti di lavoro che quella nozione è stata elaborata ed ha avuto applicazione“.

“In materia familiare, invece, tale nozione può essere utile solo in campo sociologico, ma in ambito giuridico assume un rilievo meramente descrittivo, in quanto non scalfisce il principio che l’addebito della separazione richiede pur sempre la rigorosa prova sia del compimento da parte del coniuge di specifici atti consapevolmente contrari ai doveri del matrimonio – quelli tipici previsti dall’art. 143 c.c. e quelli posti a tutela della personalità individuale di ciascun coniuge in quanto singolo e membro della formazione sociale familiare ex artt. 2 e 29 Cost. – sia del nesso di causalità tra gli stessi atti e il determinarsi dell’intollerabilità della convivenza o del grave pregiudizio per i figli”.

Secondo la Corte di Cassazione, pertanto, l’uguaglianza tra i coniugi esclude che sia configurabile un vero e proprio mobbing.

Cosa fare allora per tutelarsi ? 

Dal punto di vista civilistico la vittima potrà avanzare richiesta di addebito della separazione e intentare un giudizio autonomo per ottenere il risarcimento dei danni patiti a causa delle condotte dell’altro coniuge contrarie ai doveri matrimoniali.

In ambito penale, invece, la vittima dovrà sporgere denuncia o querela per ogni condotta mobbizzante che sia prevista come reato da una specifica disposizione di legge.

Sappiate che in ogni caso è possibile uscire dal tunnel delle vessazioni, violenze fisiche, morali e psicologiche familiari facendo prima tutto una scelta coraggiosa autonoma e poi facendosi aiutare da chi nel campo ha gli strumenti concreti, la volontà, autorità e cuore per aiutarvi concretamente .

La via di uscita c’è sempre e insieme è possibile trovarla con più facilità. 

Per dubbi o semplicemente per sottopormi altre tematiche da affrontare scrivetemi: dirittoetutela3.0@gmail.com

 

                                                                                                                                                                                                                                                                Avv. Fulvia Fois

 


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