L'amante non è della famiglia. Stesse violenze ma condanne diverse

DIRITTO E TUTELA FOIS - L'amante non è della famiglia. Stesse violenze ma condanne diverse

Recente sentenza della Corte di Cassazione che lascia piuttosto perplessi. L'avvocato Fulvia Fois: "Occorre chiedersi se, al di là di ogni ragionevole dubbio, vi sia sempre corrispondenza tra giusto e giuridicamente corretto"

Care lettrici e cari lettori,
questa settimana voglio parlare con voi di una recente pronuncia della Corte di Cassazione che, devo ammettere, mi ha lasciata perplessa ma al contempo mi ha dato lo spunto per riflettere sulla rigidità del diritto, che a tratti può essere davvero ingiusta.
Con una sentenza del 21 ottobre 2020, la Corte di Cassazione ha infatti stabilito che non sussiste il reato di maltrattamenti in famiglia per le botte all’amante se le violenze sono avvenute nell’appartamento che lui le aveva preso per i loro appuntamenti galanti.
Si incontrano sul luogo di lavoro, lei è la sua dipendente, lui un uomo sposato e con figli: tra i due nasce un’intesa che sfocia in una liaison amorosa, talmente impetuosa che lui decide addirittura di comprarle un appartamento che sarà il loro “nido d’amore”.
In realtà però, quelle mura si trasformano ben presto in un luogo di dolore e sofferenza.
Lui comincia a picchiarla talmente forte da mandarla addirittura all’ospedale, lei decide di denunciarlo per maltrattamenti in famiglia e i fatti sembrano darle ragione: i referti del Pronto Soccorso, gli ematomi al viso, alle gambe, alla testa e la testimonianza della madre della vittima - che nel frattempo aveva cambiato luogo di lavoro per non dover più incontrare il suo carnefice – hanno convinto i Giudici, i quali hanno disposto per l’uomo il divieto di avvicinamento a meno di 300 metri e il divieto di comunicare con la donna.
L’imputato però propone ricorso e chiede l’annullamento delle suddette misure cautelari sostenendo la loro infondatezza in quanto, a suo dire aveva con la vittima una relazione sentimentale durevole ma circoscritta alla consumazione di rapporti sessuali e alla quale aveva soltanto fornito un alloggio ove incontrarla con riservatezza.
La Corte di Cassazione accoglie il ricorso.
Secondo i Giudici, “il reato di maltrattamenti in famiglia presuppone una relazione tra agente e vittima che comporti un rapporto stabile di affidamento e solidarietà, per cui le aggressioni che un soggetto attivo compie – sul fisico e sulla psiche del soggetto passivo – ledono la dignità della persona infrangendo un rapporto che dovrebbe essere ispirato a fiducia e condivisione”, come se il fatto che tra vittima e carnefice vi fosse una relazione clandestina possa attutire i colpi che quella donna ha dovuto subire.
La Corte continua specificando che il reato di maltrattamenti in famiglia ex art. 572 c.p. si applica non solo ai nuclei familiari fondati sul matrimonio ma a qualunque relazione sentimentale che, seppur di mero fatto, sia caratterizzata dall’avvio di un progetto di vita basato sulla reciproca solidarietà e assistenza, elementi non ravvisabili nel caso in esame in cui l’imputato – che non ha mai interrotto l’ordinaria convivenza con sua moglie e la prole – non ha mai coabitato con la persona offesa e tra i due non è mai emerso un progetto di vita comune.
Sulla base delle considerazioni svolte, la Corte di Cassazione ha quindi annullato senza rinvio le pronunce precedenti e così, venendo meno i presupposti normativi, ha eliminato anche le misure cautelari del divieto di avvicinamento e di comunicazione con la vittima.
In realtà, l’art. 572 c.p. parla chiaramente di maltrattamenti nei confronti di una persona della famiglia o comunque convivente, di fatto esiliando, come sottolineato dalla Corte, tutte le relazioni affettive che difettino di progettualità.
In forza di ciò, il caso in esame potrebbe più correttamente essere ricondotto nell’ambito di applicazione del reato di lesioni personali ex art. 582 c.p. il quale, oltre ad essere punito con una pena inferiore rispetto al reato di maltrattamenti, non prevede alcuna aggravante qualora il fatto sia commesso in danno di persona legata da relazione affettiva.

COSA NE PENSO
Mi chiedo però se tutto questo basti e se soprattutto si possa definire giusto.
Pur dovendosi ammettere che le considerazioni della Corte sono innegabilmente fondate, da donna non posso non provare un sentimento di sconfitta morale.
Professionalmente parlando non posso che sostenere la precisa e ligia osservanza delle norme, che sono il più potente strumento di eguaglianza ed affermazione a nostra disposizione, ma al contempo devo osservare come il caso in esame rischi di ridursi ad una miope applicazione del diritto.
È assolutamente imprescindibile, nell’utilizzare uno strumento così delicato quale, per l’appunto, il diritto, non perdere mai di vista l’umanità.
È necessario mettere a sistema il profilo fattuale della condotta del reo con le sofferenze che lo stesso ha cagionato alla vittima e soprattutto occorre chiedersi se, al di là di ogni ragionevole dubbio, vi sia sempre corrispondenza tra giusto e giuridicamente corretto.

Se avete delle domande o volete suggerirmi un argomento di cui parlare potete farlo scrivendomi all’indirizzo e-mail dirittoetutela3.0@gmail.com.

L’occasione mi è gradita per augurare a Tutti Voi e alle Vostre Famiglie un Buon Natale che mi aiuguro riuscirete a trascorrere con le persone amate.

                                                                                                                                                                                                                                                        Avvocato Fulvia Fois