Smart Working: pericolosa confluenza tra lavoro e vita privata

WWW.DIRITTOETUTELAFOIS.COM - Lo smart working che fa male: la pericolosa confluenza tra lavoro e vita privata

L'avvocato Fulvia Fois spiega cosa è il Burnout: l'esaurimento da sovraccarico innescato dallo smart working che vede il lavoro non finire mai e occupare gli spazi dedicati alla famiglia che nel frattempo non si sono ridotti

Care lettrici e cari lettori, questa settimana voglio parlarvi di un argomento davvero molto interessante soprattutto considerato il particolare momento che stiamo vivendo.
Sto parlando della tutela di tutti quei lavoratori che, improvvisamente, hanno visto trasformare il proprio salotto in ufficio, hanno dovuto sostenere importanti meeting lavorativi barcamenandosi tra i punti focali della riunione e gli schiamazzi dei propri figli che giocavano in sottofondo, insomma di tutte quelle persone che ormai da un anno a questa parte, seppur ad intermittenza, hanno lavorato in modalità di smart-working, ovvero da casa.

L’emergenza epidemiologica che ha afflitto il nostro paese, la necessità di ridurre al minimo il rischio di contagio in ambito lavorativo incentivando il lavoro agile da casa e la necessità di sopperire all’assenza fisica con la connessione non-stop via smartphone, pc e tablet, hanno progressivamente assottigliato, fino a farlo scomparire, il necessario confine tra attività lavorativa e vita privata, esponendo il lavoratore ad un continuo bombardamento di e-mail, messaggi, chiamate e riunioni a qualsiasi ora e in qualsiasi momento.
Insomma, la “comfort zone” di ciascuno, ovvero lo spazio individuale in cui il soggetto può finalmente dismettere i panni del lavoratore ed essere semplicemente se stesso è stata annientata e ciò ha inevitabilmente reso più vulnerabili gli stessi lavoratori.

Nell’ultimo anno, infatti, sono aumentati esponenzialmente i casi di burnout, ovvero l’esaurimento derivante dal sovraccarico lavorativo e dall’incapacità di disconnettersi completamente dalle responsabilità e dagli incombenti di dipendente, che riduce all’osso i propri spazi extra-lavorativi.
Alcune ricerche hanno dimostrato che in regime di smart-working la giornata lavorativa media aumenta da 1 a 3 ore: questo accade perché eliminando la netta distinzione tra lavoro/vita privata, il lavoratore non ha e non sa più porsi limiti di reperibilità, essendo chiamato a rispondere a e-mail e telefonate a qualsiasi ora e a sostenere un carico di lavoro molto più pesante.

Il punto è che se da un lato l’attività lavorativa è diventata “smart”, non altrettanto è accaduto per i quotidiani incombenti della vita privata come andare a fare la spesa, badare ai figli, fare il marito o la moglie, coccolare il cane.
Il risultato?
Due lavoratori su tre soffrono di burnout, manifestando irrequietezza, senso di stanchezza, apatia, nervosismo, tachicardia, nausea, depressione, senso di colpa, sensazione di fallimento, rabbia, indifferenza, negativismo, isolamento, cinismopotendo arrivare addirittura ad un vero e proprio tracollo psicofisico.
Ma esiste qualche forma di tutela?
Sul punto i primi segnali sono arrivati dagli organismi europei che hanno parlato di diritto alla disconnessione, per tale intendendosi il diritto di TUTTI i lavoratori – e non solo di chi opera in smart-working - a non essere costantemente reperibile, sentendosi quindi libero di non rispondere alle comunicazioni di lavoro (come telefonate, e-mail, messaggi) durante il periodo di riposo, senza che questo possa compromettere la situazione lavorativa del dipendente.
Attualmente manca in Italia una normativa ad hoc che si faccia carico del problema e dia concreti strumenti di tutela.
L’unica legge dedicata al lavoro agile, infatti, si è limitata a disciplinare l’esecuzione dell’attività lavorativa extra-ufficio, rimettendo alla negoziazione tra datore di lavoro e dipendente la determinazione dei tempi di riposo e, dunque, della disconnessione di quest’ultimo.
Serve quindi un intervento immediato e concreto, stante il non proprio rassicurante scenario che si prospetta per i mesi futuri.

Cosa ne penso?
Ritengo che in un Paese la cui economia è stata così fortemente ferita e i cui settori lavorativi trainanti sono ormai in ginocchio, credo sia doveroso da parte del legislatore, prendersi cura di chi ancora ha un lavoro e con sforzi disumani conduce la propria personale battaglia e lotta giornaliera per apportare il proprio contributo e garantire un futuro a sé stesso, alla propria famiglia e a tutta l’Italia.

Se avete delle domande o volete propormi un argomento di cui parlare potete farlo scrivendomi all’indirizzo e-mail dirittoetutela3.0@gmail.com o compilando il form che trovate sul sito www.dirittoetutelafois.com.

                                                                                                                                                                                                                                                              Avvocato Fulvia Fois