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Maltrattamenti: è reato anche se il coniuge non lascia l’altro libero di scegliere

Care lettrici e cari lettori, questa settimana voglio trattare con voi un tema di cui, purtroppo, si sente spesso parlare in riferimento a gravi fatti di cronaca, ovvero il reato di maltrattamenti in famiglia.

Il reato di maltrattamenti in famiglia è previsto dall’art. 572 del Codice Penale che punisce con la reclusione da 3 a 7 anni chiunque maltratta una persona della famiglia o comunque convivente, o una persona sottoposta alla sua autorità o a lui affidata per ragioni di educazione, istruzione, cura, vigilanza o custodia, o per l’esercizio di una professione o di un’arte.

La pena è aumentata fino alla metà se il fatto è commesso in presenza o in danno di persona minore, di donna in stato di gravidanza o di persona con disabilità, ovvero se il fatto è commesso con armi.

La pena è poi ulteriormente aumentata nel caso in cui dal fatto derivi una lesione grave, gravissima o la morte della vittima.

Se, parlando di maltrattamenti in famiglia, siamo portati a pensare esclusivamente a condotte violente (quali schiaffi, pugni, calci) o offensive, v’è da dire che nel corso del tempo, la categoria delle condotte integranti il suddetto reato è andata via via ampliandosi, arrivando a comprendere anche tutte le forme di soggiogamento e di umiliazione psicologica.

Basti pensare che la giurisprudenza ha riconosciuto come integrante il reato di maltrattamenti la condotta di un padre che aveva più volte dimostrato disprezzo nei confronti della figlia – di soli 11 anni – per le sue condizioni fisiche.

Ancora, è stato ritenuto colpevole del reato di maltrattamenti in famiglia un uomo che, nonostante le condizioni economiche agiate, era ossessionato dal risparmio e, per questo, imponeva alla propria compagna uno stile di vita al limite dell’umanamente tollerabile,centellinando le spese alimentari, limitando al minimo l’utilizzo di gas o addirittura pretendendo che i tovaglioli di carta fossero riutilizzati decine e decine di volte.

In tema di maltrattamenti in famiglia è recentemente intervenuta, ancora una volta, la Corte di Cassazione.

La Suprema Corte, in particolare, ha ritenuto che dovessero essere qualificate come maltrattamenti in famiglia anche le condotte di un uomo che, oltre ad offendere la moglie e ad averle provocato in un’occasione delle lesioni personali, impediva alla stessa di scegliere liberamente cosa guardare in tv o a che ora andare a dormire, gestendo in prima persona ogni aspetto della di lei vita.

Secondo i Giudici, questi comportamenti, complessivamente considerati, hanno integrato una serie di vessazioni tali da “rendere la vita familiare non più il luogo elettivo di espressione della propria affettività e personalità, ma un luogo di annichilimento della libertà e della individualità del singolo” come tipicamente avviene nelle ipotesi di maltrattamenti in famiglia (Cass. Pen., n. 34827/2025).

COSA NE PENSO IO?

I maltrattamenti e la violenza in genere conoscono infinite forme di manifestazione, spesso molto subdole e non facilmente riconoscibili.

Come nel caso in esame, infatti, capita spesso che condotte violente siano “giustificate” come naturali inclinazioni della persona che abbiamo accanto e che ci dobbiamo sforzare di accettare con tutti i suoi pregi e difetti.

Così non è, ed è importante saper riconoscere le condotte nocive così da potersi tutelare efficacemente.
Avv. Fulvia Fois



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